“Lo so che non ha senso. Ma se non controllo, l’ansia diventa insopportabile.”
Questa frase racchiude l’esperienza di molte persone che convivono con il disturbo ossessivo-compulsivo.
Non si tratta semplicemente di essere precisi, ordinati o scrupolosi.
Chi soffre di DOC vive un continuo conflitto tra ciò che sa razionalmente e ciò che sente emotivamente. Una parte della mente riconosce che il pericolo è improbabile; un’altra continua a viverlo come reale, costringendo la persona a mettere in atto controlli, rituali o comportamenti ripetitivi per ridurre un’ansia che sembra non lasciare alternative.
Il sollievo, però, dura poco.
Ben presto il dubbio ritorna, spesso ancora più intenso, e il rituale deve essere ripetuto.
Così, giorno dopo giorno, il sintomo finisce per occupare uno spazio sempre più grande nella vita della persona.
Un tentativo di protezione
Nella mia pratica clinica considero il sintomo non solo come qualcosa da eliminare, ma anche come un tentativo di adattamento.
Questo non significa che debba essere mantenuto.
Significa cercare di comprenderne la funzione.
Quando una persona ha vissuto esperienze nelle quali si è sentita profondamente impotente, vulnerabile o priva di controllo, il bisogno di controllare può diventare una modalità attraverso cui il sistema nervoso tenta di ristabilire un senso di sicurezza.
Non sempre accade.
Ma quando emerge nel corso della valutazione clinica, comprendere questa funzione può orientare in modo significativo il percorso terapeutico.
Una storia clinica
Giulia (nome di fantasia) arrivò in terapia dopo molti anni di sofferenza.
Ogni mattina impiegava molto tempo per prepararsi prima di uscire di casa.
Si vestiva, si fermava, ricominciava da capo.
Controllava più volte che gli abiti fossero indossati correttamente, che nulla fosse rimasto impigliato nei vestiti, che ogni gesto fosse stato eseguito nel modo “giusto”.
Anche attività quotidiane apparentemente semplici erano diventate fonte di ansia.
Durante le pulizie sentiva il bisogno di interrompersi frequentemente per verificare di non essersi esposta, senza accorgersene, a situazioni che percepiva come pericolose, pur riconoscendo che quei timori erano irragionevoli.
Le sue giornate erano scandite da dubbi continui.
Razionalmente sapeva che non stava accadendo nulla.
Il suo corpo, però, continuava a comportarsi come se il pericolo fosse reale.
Nel corso della terapia è emersa una storia caratterizzata da esperienze traumatiche che, per lungo tempo, non erano state pienamente integrate nella memoria autobiografica.
Il lavoro terapeutico è iniziato con una fase di stabilizzazione, costruzione di risorse e sviluppo di strategie di regolazione emotiva.
Successivamente è stato possibile affrontare un percorso di rielaborazione delle esperienze traumatiche, integrando anche gli aspetti dissociati dell’esperienza che continuavano a influenzare il presente.
L’EMDR ha rappresentato uno degli strumenti utilizzati all’interno di questo percorso, sempre inserito in una presa in carico più ampia e personalizzata.
Con il procedere della terapia qualcosa ha iniziato lentamente a cambiare.
L’ansia ha perso intensità.
Il bisogno di controllare si è progressivamente ridotto.
Le attività quotidiane sono tornate a occupare il tempo che meritavano, senza essere dominate dal dubbio.
Al termine del lavoro sul nucleo traumatico i sintomi ossessivo-compulsivi non rappresentavano più un ostacolo nella vita della paziente.
La psicoterapia è proseguita con un obiettivo diverso: consolidare il senso di sicurezza, migliorare la qualità delle relazioni e favorire una più ampia integrazione della propria storia personale.
Oltre il controllo
Quando un sintomo scompare, spesso emerge una domanda nuova:
“E adesso chi sono, senza tutto questo?”
È una domanda preziosa.
Per molte persone il sintomo ha occupato così tanto spazio da diventare parte della propria identità.
La fase successiva della psicoterapia consiste proprio nello scoprire nuove modalità di stare nel mondo, costruire relazioni più libere, recuperare fiducia nelle proprie risorse e sviluppare una maggiore continuità con sé stessi.
Per questo motivo considero la remissione del sintomo un traguardo importante, ma non necessariamente il punto di arrivo.
Il vero obiettivo della psicoterapia è permettere alla persona di vivere il presente senza essere costantemente guidata dalla paura.
Nota sulla privacy
Il caso clinico descritto è una storia composita costruita a partire dall’esperienza clinica. Alcuni dettagli sono stati modificati per tutelare la riservatezza delle persone e impedire qualsiasi possibilità di identificazione.
Articolo a cura della dottoressa
Alessandra Zomparelli
Psicologa e Psicoterapeuta a Brescia
Dott.ssa Alessandra Zomparelli
Psicologa e Psicoterapeuta a Brescia
Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della regione Lombardia n. 5620 dal 17/05/2000
Laurea in Psicologia Clinica
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