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Il sintomo è un linguaggio a Brescia

Il sintomo è un linguaggio
Quando la sofferenza ha ancora qualcosa da raccontare

Uno degli aspetti che più frequentemente incontro nel mio lavoro è la convinzione, da parte di chi soffre, di avere una mente “che non funziona”.

Chi convive con l’ansia si sente fragile.

Chi soffre di attacchi di panico teme di perdere il controllo.

Chi presenta sintomi ossessivi si vergogna dei propri pensieri.

Chi vive una dissociazione spesso ha la sensazione di essere “strano” o di non riconoscersi più.

Quasi sempre queste persone arrivano con la stessa richiesta:

“Vorrei smettere di sentirmi così.”

È una richiesta legittima.

La sofferenza merita di essere alleviata.

Ma nel corso degli anni ho imparato che, prima ancora di eliminare un sintomo, è importante comprenderlo.

Non perché debba rimanere.

Ma perché spesso ci sta raccontando qualcosa che, fino a quel momento, non ha trovato un altro modo per essere espresso.

Quando il cervello fa tutto il possibile per proteggerci

Il nostro sistema nervoso ha un obiettivo fondamentale:

farci sopravvivere.

Quando viviamo esperienze troppo intense, troppo improvvise o troppo prolungate nel tempo, il cervello mette in atto strategie di adattamento estremamente sofisticate.

Alcune aumentano il livello di allerta.

Altre ci portano a evitare determinate situazioni.

Altre ancora possono tradursi in controlli, rituali, anestesia emotiva, difficoltà a fidarsi degli altri o nella sensazione di essere distaccati da sé stessi.

Queste strategie non nascono per farci soffrire.

Nascono per proteggerci.

Il problema è che, quando il pericolo è finito, il sistema nervoso può continuare a utilizzare le stesse modalità di funzionamento, come se il passato fosse ancora presente.

Il sintomo non è il nemico

Per molto tempo la psicoterapia è stata descritta come un modo per “eliminare” i sintomi.

Ridurre la sofferenza rimane uno degli obiettivi più importanti di ogni trattamento.

Ma l’esperienza clinica insegna che, quando un sintomo viene compreso nella sua funzione, il lavoro terapeutico acquista una profondità diversa.

Ogni sintomo ci pone una domanda.

Perché proprio questo?

Perché proprio adesso?

Quale funzione sta cercando di svolgere?

Le risposte non sono mai uguali.

Ed è proprio questa unicità che rende ogni percorso terapeutico diverso da un altro.

Quando il sintomo non serve più

Una delle esperienze più emozionanti del lavoro terapeutico è osservare il momento in cui una persona si accorge che ciò che per anni aveva rappresentato una necessità non lo è più.

Non perché abbia imparato a combatterlo.

Ma perché il sistema nervoso non ha più bisogno di utilizzarlo.

È un cambiamento che spesso avviene gradualmente.

Prima diminuisce l’intensità.

Poi diminuisce la frequenza.

Infine arriva un giorno nel quale la persona si rende conto di aver vissuto un’intera giornata senza quel pensiero, quel controllo, quella paura.

È in quel momento che molti pazienti pronunciano una frase che mi colpisce sempre:

“Non pensavo fosse possibile vivere così.”

La psicoterapia come luogo di integrazione

Nel mio lavoro considero la psicoterapia uno spazio nel quale la persona può finalmente mettere insieme parti della propria esperienza che, per molto tempo, sono rimaste separate.

Ricordi, emozioni, sensazioni corporee e significati possono gradualmente trovare una nuova continuità all’interno della storia personale.

L’obiettivo non è cambiare ciò che è accaduto.

È cambiare il modo in cui ciò che è accaduto continua a influenzare il presente.

Per questo motivo il sintomo non viene ascoltato per essere giustificato.

Viene ascoltato perché possa, finalmente, smettere di essere necessario.


Articolo a cura della dottoressa
Alessandra Zomparelli
Psicologa e Psicoterapeuta a Brescia

Dott.ssa Alessandra Zomparelli
Psicologa e Psicoterapeuta a Brescia
Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della regione Lombardia n. 5620 dal 17/05/2000
Laurea in Psicologia Clinica

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